Un anno maledetto

 

Doveva essere una stagione, un anno, un mondiale tutto suo. Con un unico rischio: la solitudine. Solo davanti, irraggiungibile, lontano. Senza più Prost, con un rivale ancora acerbo, Schumacher, al volante di una vettura carica di promesse mancate, la Benetton. Solo e vincente dentro la Williams-Renault, con un compagno di squadra troppo debole, troppo timido per uno come lui. Era stato il compimento di un disegno e di un sogno forte: conquistare la monoposto migliore spinta dal motore più potente. Una monoposto strappata al nemico di sempre. E poi un conto da pareggiare a quota quattro titoli, un record da eguagliare a quota cinque. Chi aveva imparato a conoscere Ayrton Senna aveva capito soprattutto che era fatto di una pasta formidabile. Qualcosa capace di tenere in piedi nel tempo una ferocia agonistica da esordiente, un talento fuori quotazione, una volontà cieca, addirittura spaventosa. Ecco. Era abbronzato, persino un po' paffuto all'Estoril lo scorso gennaio. Aveva sulla faccia il segno di un trionfo. Era li, perdio, era pronto per cominciare a vincere di nuovo, a fare ciò che per lui era fondamentale. Vincere, nient'altro, senza soluzione di continuità. E adesso siamo qui a misurare un destino che pare insopportabile, un brandello di storia recente e nata, nonostante le apparenze, senza fortuna. Si era lamentato subito, Ayrton. "Una macchina difficile". Ma era sempre un po' così, un po' vittimista, sempre pieno di pretese. Invece, aveva ragione. Lo si è capito dopo, più tardi. I primi avvisi proprio qui, durante i test di marzo, con la Benetton subito più veloce. Poi venne la pole in Brasile ed era pieno il mondo di gente pronta a scommettere che di una galoppata felice si sarebbe trattato.

Macché, testacoda, fuori. Mentre inseguiva Schumacher che andava a vincere, che rovinava una festa brasiliana preparatissima. E tutti a dire "bene, questa stagione è salva". Vero. Non solo un avversario, una monoposto al1'altezza, ma un avversario già in fuga. Un buon momento, abbiamo detto e scritto, tutti presi a cercare lo spettacolo, le emozioni. Alla sicurezza delle corse, con quell'avvio di stagione così frizzante, non badava proprio nessuno. Rivincita, Giappone. Un'altra pole, normale, ma anche un'altra uscita di scena. Alla prima curva: tamponato da Hakkinen. E Schumacher a quota venti. Venti a zero. La discesa era già finita, non era mai esistita. Ma, per fortuna, Imola. Una pista che a Senna piaceva, un posto buono per vincere per la quarta volta. Pole, di nuovo, figurarsi. Ma in un caldo in un vento già carico di robaccia, di lutto. Era a Imola, era pronto come sempre, non era certamente soddisfatto. Liti, attriti dentro la Williams. Una squadra abituata a vincere, proprio come lui; una squadra abituata a Mansell e a Prost, non proprio a lui. Benard Dudot, a cena, venerdì sera aveva offerto una bella spiegazione: "Non si tratta di problemi gravi. Ma Prost è un pilota che segnala una indicazione e poi lascia fare; Senna segnala e sta 1ì a guardare il tecnico e i meccanici sino a quando hanno fatto ciò che voleva. Sono un po' tutti sotto stress per questo, ma Ayrton è cosi". Gli era toccato di entrare due volte nel posto peggiore dell'autodromo: l'ambulatorio. Per vedere se Barrichello funzionava ancora; per sapere che Ratzenberger era morto. Poi basta, zitto. Gli avevamo parlato giovedì e poi venerdì dopo le prove. "E dura, ma è cosi. Questa è la nostra realtà". Eppure domenica mattina, chiuso in una stanza con Berger, Schumacher e Alboreto aveva idee bellicose, voleva scrivere una lettera e poi fare altro, cambiare qualcosa in fretta, rifondare di fatto quella commissione piloti che non esiste più.

Non ha fatto in tempo, non ha fatto in tempo a vincere con la vettura che più ha desiderato, non ha fatto in tempo a trovare un tesoro che pareva certo, lì, a un metro. Era impegnato, impegnatissimo. Era tutto preso, molto coinvolto da una attività commerciale impressionante. Ma era anche quello di sempre, un pilota formidabile espresso da un uomo disturbato, carico di una tensione che non fa bene alla vita ma che rende unici, indimenticabili i campioni. Ecco. Senna è morto con un umore noto, senza una soddisfazione di troppo. Ma questa è una consolazione che non cava nemmeno un piccolo, un piccolissimo sorriso.

Giorgio Terruzzi, Autosprint n°18 '94

 

Home

Articoli