Dieci anni...

 

 

Dieci anni, Ayrton. In questi giorni è così che si deve iniziare: facile immaginare in quante teste è passato o passerà questo pensiero, quante mani lo hanno scritto, poco importa se sulla tastiera consumata di un computer redazionale o sulle pagine altrettanto consumate, ignorate ma molto più sincere, di un diario personale. E' un decennale questo, no? Dieci anni sono trascorsi da un evento: è significativo, importante, impressionante persino. L'umana ossessione per le ricorrenze, gli anniversari, ha un ché di patologico a guardar bene, il riscoprirsi tutti quanti commossi al ricordo di qualcosa che non aveva il minimo spazio nelle nostre vite fino a pochi giorni prima né ha ora alcuna possibilità di mantenerlo in futuro è paradossale, un entusiasmo sintetico, governato dai media, falso. Tremilaseicentocinquantatre giorni sono passati da quel primo maggio, ad ogni alba uno se ne aggiunge, che cos'ha di speciale questo? Uno non vale l'altro per un pensiero, per chiudere un attimo gli occhi e rievocare un immagine, un frammento di una vita perduta? Eppure è anche umano, dopotutto, imprimere nella storia date chiave, punti fermi, ed andare avanti a vivere un vita sempre diversa in un mondo che cambia, con il tempo impassibile a scandire ricorrenze inventate da noi e utili solo a noi nel nostro tentativo vano di non dimenticare ciò che è stato e non è più. E così alla fine il vero e il falso come sempre si mischiano, e l'unica cosa sensata e lasciare ognuno da solo, a giudicare la sincerità dei suoi sentimenti nel silenzio.

Obrigado, Ayrton.

Davide Righi

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