Pensieri in libertà

 

Una domenica di maggio

E in quel momento il tempo si fermò, la freccia azzurra si bloccò in un istante, gli alberi smisero di ondeggiare, le persone smisero di cantare, gli uccelli di volare, non si sentiva più lo scorrere del fiume, c’era solo una foglia che rotolava sull’asfalto ancora caldo...il sole andava a riflettere i suoi raggi sulle lamiere delle macchine, che ferme immobili scrutavano da lontano una sagoma blu, troppo veloce da raggiungere, gli spettatori alla curva aspettava lo sfrecciare di quel casco giallo, la lancetta dell’orologio stentava a scoccare il secondo per paura di essere ancora troppo lenta per quel pilota, le bandiere giallo verdi che spuntavano dalla collina cercavano disperatamente il vento, ma c’è n’era solo per lui, e quella freccia correva, correva, una curva dopo l’altra saliva alla variante e subito dopo spuntava alla tosa, era una giornata di sole, ma contornata da neri ricordi di quella prima, non un buon giorno per correre, ma quel piccolo pilota era abituato a sfide ben peggiori di una macchina nervosa e di falsi amici che non aiutano, doveva esser facile, partire, seminare le due rosse, il tedesco e andare a vincere, ma ben più grande doveva essere la paura sotto quel casco, non la morte che ti accompagna ad ogni curva e ti rincorre in rettilineo, ma la paura di non aver più futuro, paura di dover smettere, un giorno, di correre, perché non si può smettere di respirare, se no si "muore", ma ben peggio per il piccolo pilota era morire dentro, smettere di respirare l’aria che è ben diversa quando ti arriva a duecento all’ora, quella freccia blu doveva essere un riscatto, per il mondiale rubato nell’ottantanove e la macchina troppo lenta del novanta tre, bisognava vincere quella domenica, senza errori, per portare punti preziosi, per riempire ancora i polmoni dell’aria che si respira dal gradino più alto del podio, quando sei al di sopra di tutti, ma bisognava vincere anche per ricordare, per sventolare la bandiera dell’amico Ratzenberger, la pole non bastava, il tempo era troppo poco, bisognava vincere, ma non bastava la macchina più veloce, non bastavano le preghiere, non bastava essere il migliore di tutti, la dove nessuno può arrivare vi era scritto come doveva finire, chi sa come deve essere la vita vista da dentro un casco, ti passa accanto così veloce, oppure è talmente veloce che ti permette di afferrare ogni singolo attimo e rimanerne attaccato per sempre, chi sa quanto tempo è passato nel leggere questa lettera, chi sa quanti pensieri saranno passati nella mente di quel piccolo pilota in quell’istante, quale attimo avrà afferrato da portare con se, forse più di uno, ma non ci sono tante tasche nella tuta di un pilota, quando la freccia azzurra si blocco, il piccolo pilota scese, riattaccò il volante, si tolse il casco, consapevole di quello che gli sarebbe successo diede un occhiata in giro, al pubblico, alla macchina, a un bambino che era seduto sugli spalti, gli sorrise e con le tasche piene di ricordi se ne andò, tanto noi sappiamo che avrebbe vinto lui, come sempre.

Luca Pinti(lucapinti@yahoo.it)

 

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